01 Febbraio 2010

Qualcuno era comunista, a(h)i tempi andati

Qualcuno era comunista perchè la storia lo esigeva.

Qualcuno oggi è comunista perchè non può esserlo.

Qualcuno oggi è qualcuno perchè un tempo era comunista.

Qualcuno oggi non è qualcuno perchè non è mai stato bravo a bluffare.

Qualcuno è nulla perchè non ha bisogno di essere.

Qualcuno è comune perchè gli han detto di esserlo.

Qualcuno è diverso perchè gliel'han detto.

Qualcuno è giovane perchè fa cose giovani.

Qualcuno è vivo perchè non sa di essere morto.
Qualcuno è morto perchè non sa di essere vivo.

Qualcuno è solo perchè in mezzo agli altri non ci vuole stare.
Qualcuno è solo perchè è in mezzo agli altri.

Qualcuno ama la cultura perchè non ha nulla da scrivere.
Qualcuno ama la cultura perchè ha troppo da scrivere.

Qualcuno viaggia poco perchè si sente bene a casa sua.
Qualcuno viaggia tanto perchè non si sente bene a casa sua.
Qualcuno viaggia tanto perchè non può stare bene a casa sua.
Qualcuno viaggia tanto proprio perchè sta bene a casa sua.

Qualcuno ha paura del silenzio e del buio perchè ha paura di se stesso.
Qualcuno non ha paura di sè stesso ma non vuole correrne il rischio.
Qualcuno vuole scoprirsi ma non può.
Qualcuno vuole scoprirsi ma c'è troppo freddo fuori.
Qualcuno vuole scoprirsi ma ha paura dell'opinione.
Qualcuno vuole scoprirsi e lo fa.
Qualcuno vuole scoprirsi e lo fa, appunto, per coprirsi.

Ma il cielo è sempre più blu.

E ora? Anche ora ci si sente come in due, da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si era rattrappito. (Gaber, QUalcuno era comunista)<

 
23 Gennaio 2010

gesti

Una persona è fatta di carne, ossa e indissolubili pensieri. Si muove su due gambe, parla con la forza che esce dalle corde vocali e viene indirizzata dalla lingua, vede con gli occhi, ascolta con le orecchie. Fin qui nulla di assolutamente nuovo. Sono gesti automatici atti alla sopravvivenza, come respirare l’aria pulita in una mattina in montagna. Ma proprio come i polmoni che si gonfiano per respirare quell’aria così pulita e così diversa da quella di una triste città così l’uomo si esprime attraverso gestualità e movimenti spesso involontari e comuni. Serve un occhio esperto e una buona dose di fantasia per interpretarli, comprenderli ma, soprattutto, notarli. Non c’è nulla di più segreto e complicato di un bacio su una guancia. Questo gesto così semplice e così casto nasconde ogni più grande segreto. Tra una madre e un figlio è una sincera dimostrazione d’affetto così come può celare un tradimento, l’inizio o la fine di una storia d’amore. Tutto questo da un semplice sfiorarsi di labbra e guance, in un gesto così semplice che non conosce età, razza e, nemmeno, genere. Ogni nostra azione è imbevuta di quotidianità e di abitudini che contraddistinguono ognuno di noi. Per una persona per esempio può essere normale portare il cappello in casa, per un’altra potrebbe essere un gesto di grande maleducazione. Questi due incontrandosi in un contesto casalingo per la prima volta, senza conoscersi, non si potrebbero sopportare, probabilmente, solo per un cappello in testa, non si parlerebbero. Questa incomprensione per un’azione così semplice e scontata da non ricevere nemmeno un momento di riflessione fa reagire il nostro cervello secondo dei criteri oggettivi, in cui una cosa che è” sbagliata” per come ci è stata insegnata rimane tale e pregiudica la persona che infrange il concetto di “giusto”. Giudicare è un brutto vizio tipico dell’uomo, questo è risaputo ma, spesso, non si capisce da cosa sia scatenato. Ogni esplosione ha una sua detonazione, ogni pioggia ha la sua nuvola, ogni giudizio ha un suo gesto. È, ancora una volta, il rapporto umano a delineare i margini di una persona. Il giudizio più semplice che viene fatto da una persona esterna e sconosciuta si basa su aspetti esteriori o di frequentazioni della persona. Si può dire quindi che i movimenti di una persona, quando ci si trova almeno faccia a faccia, siano qualcosa di interiore, di naturale, di significato. Osservando le gestualità delle persone, nel modo in cui muovono le mani, nel modo in cui ti guardano si possono trovare i fondamenti dell’idea che ci siamo fatti di esse. Ad esempio se una persona continua a guardarsi intorno senza mai soffermarsi sugli occhi dell’altro è chiaro che qualcosa non vada, se, invece, magari si sofferma spesso avrà un connotato più positivo e così via. Così negli affetti come nella politica, nella religione, nella famiglia. L’uomo è impregnato di gestualità piene di significato. Entrando in chiesa disegna una croce sul petto con la mano destra, se è in una moschea si inginocchia, sotto il fascismo distendeva il braccio, nel sessantotto chiudeva il pugno sinistro. Anche da queste azioni si capisce qualcosa in più della persona, se ne intuisce sommariamente la connotazione politica o religiosa, la devozione o l’astensione, l’attività o la passività. Giudizi sommari ma “superiori” in un certo qual modo di quello di “prima vista” delineato spesso dal vestiario o  da una parola di troppo. Ancora una volta però avere qualche informazione in più non significa conoscere ancora la persona, ma anzi è, se positiva, un spinta a continuare.

Non ricerco la complicazione; essa è in me. Ogni gesto nel quale non riconosca tutte le contraddizioni che mi abitano, mi tradisce
(André Gide, "Se il grano non muore")

http://www.flickr.com/photos/pbrunet/

 
28 Dicembre 2009

Diversità

Diversi nel modo di vestirsi, di atteggiarsi, di parlare, di pensare, nel numero del tesserino. Diversi nel modo di affrontare le cose, nel provarle, nell’assumerle e nel catturarne l’essenza. Diversi ma tutti sotto il fattore comune dell’umanità. Una personalità di spicco nel panorama politico italiano ha detto davanti a dei ragazzi stranieri che “chi vi dà del diverso è uno stronzo” e, sì, mi trovo completamente d’accordo. La diversità è senz’altro una caratteristica che ci rende unici, ma non estranei. Il colore della pelle, la razza a cui ci dicono di appartenere, la religione e l’ideale che crediamo di seguire è nella storia dell’uomo una connotazione assurdamente negativa. Perché è difficile capire la diversità e, quando una cosa non la si capisce, la si allontana, la si considera negativa perché magari nel disegno di uomo che ci siamo fatti non può esistere la diversità. E, così, ci risulta più facile odiare che apprezzare, allontanare piuttosto che avvicinare. Vent’anni fa crollava un muro che altro non era che un risultato di paura, di una esasperata separazione da un incubo che pareva aver assunto i tratti di una persona viva e vegeta, anche se con quell’individuo ci avevi vissuto per anni, con cui avevi condiviso le stesse privazioni e gli stessi dolori che la seconda guerra mondiale aveva scatenato. Uno ne è caduto, altri cento ne sono stati eretti. Così in Palestina, a Cipro, nel Messico. E, per ogni mattone che si è impilato sull’altro, così la diversità ha assunto un carattere sempre più negativo. È talmente “facile” parlare di quei muri fisici che vediamo sul telegiornale, sui giornali o sui libri di scuola, così facile condannarli anche se proviamo la stessa solitudine di un tedesco dell’est che alla mattina non poteva salutare il suo amico all’ovest e non ci accorgiamo che alla fine quel muro ce l’abbiamo tutti noi davanti agli occhi quando, ogni mattina, svogliati ci svegliamo per andare a prendere il tram. Nemmeno lo specchio su cui ci sporgiamo per vedere a che livello sono arrivate le nostre occhiaie ce ne fa rendere conto. Eppure diversità altro non è che l’essere uomo. La prima differenza, quella più classica, esiste già dalla nascita, quando il medico dice alla neo mamma “è maschio” piuttosto che “femmina” o, nel corso della nostra vita, quando decidiamo di frequentare quell’istituto piuttosto che quello scelto dal nostro migliore amico ma non per questo iniziamo ad odiarlo, a considerarlo minore rispetto a noi, a volergli meno bene. Nonostante ciò non esitiamo a considerare “diverso” qualcuno che ha la maglia sbagliata abbinata a delle braghe sbagliate. Casi della vita, casi “umani”. Non è facile, sono il primo a pensarlo, confrontarsi con ciò che non si comprende e spesso non pensarci ci allunga la vita. Ancora una volta ritardare, allontanare, cercare di dimenticarsene. Così nell’amicizia come in amore, così nelle nuove conoscenze come a scuola. È difficile modificare questa peculiarità un po’ umana e un po’ animale, un’antilope  non si allontana forse al ruggito del leone?, ma, proprio perché noi una mente, si spera, e una cultura, si spera, ce l’abbiamo non dovremmo iniziare a cambiare questa facilità di giudizio? Sbagliare è umano, tutti si sbagliano ma pochi ritornano sui propri passi per comprendere il perché e il come dell’errore, facendo nascere in sé stessi un sentimento critico che così tanto manca all’italiano medio.

 

Esistono tanti disegnatori che da nessuna parte potrebbero andare se l’ispirazione non li accompagnasse sulle strade dell’arte. Un’ispirazione che spesso proviene appunto dal diverso più semplice, come da una mattinata di nebbia, so che a Reggio Emilia non è una novità ma provate ad immaginarvi quanti sentimenti porta con sé una semplicissima noiosissima e comune nebbia. Solitudine, tristezza, bellezza, mistero. E, tutto, da una cosa fuori dal comune quotidiano, imprendibile ed inconcepibile come solo la nebbia sa essere. Così vale anche per l’uomo: anche il nostro vicino può essere un oggetto di ricerca se non ci lasciamo trascinare dal giudizio facile o dall’odio ingiustificabile. Vogliamo essere proprio noi l’ostacolo all’arte del disegnatore?

                                 

 
16 Dicembre 2009

Ciò che è seminato.

Ancora una volta stuprati dalla televisione e dalle sue immagini. Credo di aver visto più volte la scena del lancio del Duomo sulla faccia del premier che l'ultimo rigore di Grosso ai mondiali e, badate bene, da amante del calcio quale non sono conosco a memoria ogni suo passettino, ogni secondo della telecronaca e pure i denti storti del calciatore che sbracciante si mette a correre verso i suoi compagni. La forza delle immagini. Per fortuna di televisione non ne guardo troppa, ma sto già iniziando a delineare ogni piccola ruga (tirata) sul viso colmo di dolore e di sangue di questo povero ometto. Silvio qui, Silvio qua. Attentato, sdegno per il paese. Solidarietà dai compagni della merenda e da quelli che giocano a fare i comunisti o gli oppositori. Grida fuori dal coro di un pessimo oratore che lo lanciano nella bufera dell'audience. Qualche voto preso, qualche voto perso. E adesso? C'è chi parla di ritorno agli anni di piombo,(scusatemaqualcunodivoisacosasonogliannidipiombo?) proprio nell'anniversario di piazza Fontana (scusatemaqualcunodivoisacosaaccaddeapiazzafontana?)
chi di morte della libertà, chi di miracoli di un Dio interessato alle tristi sorti di un paese piccolissimo governato da qualcuno di ancora più piccolo. Per una volta però governo e opposizione si sono trovati su un piano comune, come in una constatazione amichevole, condannare condannare e ancora condannare. E il "povero" Tartaglia finirà probabilmente nella cella del 41 bis (scusatemaqualcunodivoisacos'èil41bis?) al posto di un qualche Buon boss mafioso che, per buona condotta, potrà cedergli il posto. E' vero però. Ciò che è accaduto, seppure ad una persona di stima discutibile, è un fatto davvero orrendo, ingiustificabile e gravissimo. La costituzione ce lo insegna, la libertà di parola è sacrosanta, anche se, la vittima, poco prima accusa una delle funzioni vitali dello stato quali la magistratura. Non si può combattere un'idea di violenza con un'altra idea di violenza. E' la solita storia del rispondere all'attacco con un altro attacco e, si sa, come le guerre iniziano e vanno a finire. In un paese che cerca ancora, a sprazzi, di ricordarsi democratico questo fatto è da condannare, da considerare una pagina ancor più nera della pagine nere che stiamo vivendo ultimamente. Le idee possono essere condivise o meno, mai lanciate sotto forma di un piccolo Duomo. Soprattutto perchè quel gesto altro non ha fatto che rendere ogni possibilità di discussione, scarsissima, ancora più inascoltata. E ora si parla solo di questo, del dente che si è rotto, del naso spostato e non più di altri problemi. Le stesse parole di Berlusconi, contro le toghe comuniste, sono passate in secondo piano. Una volta perchè la solita boutade del cavaliere, questa volta perchè è diventato un martire della causa. E tutto va da sè.
Berlusconi è sicuramente una vittima di questo delinquente, ma non fermiamoci a questo. Le immagini di lui sofferente ora mi possono tornare utili per piangere in un momento di tristezza acuta, non possono prendere tutto il paese. Che le forze d'opposizione superino questa ansia/felicità di perdere il loro acerrimo nemico e facciano qualcosa per il paese. Che qualche intellettualoide di turno dimenticato in soffitta si risvegli e inizi a mettere la pulce nell'orecchio di qualcuno e domandare perchè un fatto del genere possa accadere qui, in Italia, a Milano, la capitale della moda e del progresso italiano. Questo gesto è di sicuro uno stupro della democrazia. Ma anche oggi la finanziara, una decreto di numeri e futuro, ha utilizzato la fiducia (mascusatequalcunodivoisacosavuoldirefiducia?) per poter passare l'ostacolo della democrazia. Non è forse questo uno, l' ennesimo, stupro di Berlusconi ai danni della nostra Italia. Ma nessuno, almeno non per più di due giorni, sentirà o vedrà in televisione questo scarpone rattoppato continuamente colpito in faccia da souvenir del Duomo. nemmeno noi ci accorgiamo più del sangue che esce da questa terra, sempre più isolata e sempre più minacciata.

PS. vorrei infine augurare una serena e luuuuuuunghiiiiiissima guarigione al Silvio Berlusconi, ferito in uno scontro a fuoco per il bene del paese.
 
13 Dicembre 2009

Cose semplici e banali

Possiamo essere banali, nessuno verrà a dirci che è sbagliato. Possiamo farlo perchè è normale e per qualcuno è giusto così. La banalità ci dà una certezza, ci rende stabili. Per questo non c'è nulla di cui preoccuparsi. Possiamo tranquillamente credere nel sabato sera come risveglio dalla settimana da zombie. Possiamo fare senza pensare le stesse identiche cose, stessa storia, stesso posto, stesso bar. Possiamo lasciarci trasportare dalla routine e continuare a sopravvivere senza che nessuno ci disturbi, dopotutto tutti fanno così. La banalità ci rende proprio sicuri, sicuri di non uscire fuori strada, di non avere un batticuore che ci metta una spina nel fianco e ci faccia pensare che alla fine la stessa storia della settimana è la stessa storia del sabato. Usciamo a cena nel ristorante solito, aperitivo nel pub in centro storico, discoteca fuori città, brioche nel bar che apre alle 5 e infine stesso letto in cui, se siamo fortunati, ci risvegliamo accanto a qualcuno. Diventiamo schiavi di questa banalità, ci facciamo trasportare da essa come da un pilota automatico senza nemmeno fermarci a guardare dove ci porterà. Nel cinema almeno questo non succede, almeno per un periodo lo spettacolo cambia e ti trascina in nuovi posti mai esplorati e, se il film è quello giusto, ti fa un pò riflettere. Ma anche il cinema alla lunga diventa banale.
La banalità, soprattutto in amore, è considerata una cosa meravigliosa. Un qualcosa che ti rispecchia, l'abitudine che si fa persona. Da queste azioni robotiche uno sconosciuto può scoprire tutto di te. Profumo, modo di vestire, libri letti, locali frequentati. E, tutto, rimane in apparenza. L'esterno e quello che fai divine ciò che sei. E la frase più gettonata è "In amore è giusto essere banali". E, qui, sta forse l'incomprensione più grande. In amore, nella vita, nella politica, nella filosofia, nella persona. Il leit motiv politichese ora è quello di un'assenza di temi vicini alla popolazione, proposte vicino al popolo che possano rendere la vita di tutti migliore. Da qui dunque la mancanza di una considerazione BANALE. Ma non stiamo a prenderci in giro. Quella non è banalità. Un gesto di un innamorato per quanto in apparenza "banale" non lo sarà mai, perchè è progettato e sognato nei minimi particolari, anche se questo significa soltanto una cena romantica nel solito posto. Questa non è banalità. Come la vita di un artigiano che fa per 40 anni lo stesso lavoro con passione. Questa è SEMPLICITA'. Non confondiamo vino e acqua. Alla politica moderna manca la semplicità della piccole cose. Di banalità ce ne sono già troppe, ideali consumati, politici corrotti e veline in carriera. Un gesto amoroso per quanto semplice non sarà mai banale. Perchè amare non è essere banali. Nemmeno nella quotidiniatà del lavarsi i denti.
Semplicità non è essere banali, non è lasciarsi trasportare dalla stasi della banalità. Semplicità è rinnovamento, pragmatismo ideale. Banalità è sopravvivenza, routine. Morte dell'essere umano. Banalità è la gabbia dentro cui ci nascondiamo per sentirci protetti, Per non dover percorrere una strada fuori città. Meglio lo stesso posto, piuttosto che un'avventura zaino in spalla. Meglio le vacanze in villaggio che all'avventura. Banalità è stasi, fermo immagine. Accontentarsi di qualcosa senza nemmeno volerlo. La fine del sogno.
Banalità è nascondersi dietro la maschera del vuoto negativo. Farsi considerare "troia" o "stronzo" piuttosto che fuori dal comune. Adattarsi a uno stile di vita che non ci rispecchia. Smettere di amare per paura di farlo. E, forse, è certamente più conveniente.

Banalità non è una cicatrice sulla mano per volontà.


                                                              

"Se c'è una cosa che è immorale, è la banalità"
Bianca - Afterhours

 

 
07 Dicembre 2009

Don't stop the rhytm

Paura del conoscere. Ci limitiamo alla carta igienica.
Paura della strada. Ci lanciamo a 300 km/h per le vie di internet.
Paura del futuro. Cerchiamo sul fondo di un bicchiere i nostri sogni.
Paura dell'essere giudicati. Condanniamo gli altri per condannare noi stessi.
Paura dello specchio. Ci basta sapere che l'abbinamento è quello giusto.
Paura del confronto. Siamo più maschere di Pulcinella.
Paura di aver paura. Voglia di avere paura.
Paura dell'osare. Siamo maghi del sesso.
Paura della diversità. Grazie a noi tutti gli abitanti del polo sud possiedono una coperta di lana.

Oggettivamente ci basta che la musica non si fermi mai.

 
02 Dicembre 2009

Le mur.

Muro, Contro cui sbattiamo per capire che abbiamo sbagliato, sinonimo di divisione di culture e popoli, contenitore della nostra personalità e fondamento del concetto di casa e famiglia. Eppure per un uomo primitivo era un’innovazione positiva, significava infatti uscire da una caverna fredda e oscura nella quale nulla era chiaro, sicuro e soprattutto agevole. Si può dire che L’essere umano e il muro abbiano avuto un’evoluzione parallela. Dai primi rudimenti preistorici e la nascita della ragione, i primi templi e le prime domande sull’esistenza di una possibile divinità plasmatrice, le prime case e i primi concetti di famiglia, i primi grattacieli e il bisogno di superare i confini della ragione e del cielo. Le prime cinte murarie dei castelli e l’eccessivo bisogno di essere protetti, i primi ghetti e le filosofie sulla superiorità della razza, le prime barriere e le prime separazioni tra culture e popolazioni. Per ogni teoria, per ogni sentimento umano dunque il muro ha assunto una connotazione, a volte più positiva (la casa, la famiglia, la comunità) mentre a volte più negativa (il ghetto, la difesa, la separazione). Con l’arrivo della novità e diversità l’uomo si è scoperto improvvisamente impaurito, fragile e pieno di odio derivante dal pericolo di perdere i propri privilegi di abitante e con lui, il muro. Tra di essi è nata una complicità sinistra che ha contribuito a rendere questa struttura, in apparenza elementare, carica di negatività. Così ora pensando ad un muro è naturale collegarlo a Berlino, al ghetto di Varsavia, alle segrete di un castello, dimenticandosi probabilmente di altri aspetti, magari più quotidiani, ma altrettanto importanti. Inevitabilmente il muro è simbolo di sicurezza, una sicurezza molto ambigua e ambivalente. La casa e, spesso al suo interno, il nucleo famigliare sono le basi su cui l’uomo generalmente pone, la sua base in cui tornare e sentirsi amato, compreso e al sicuro. Per la stessa identica motivazione è portato a realizzare cinte murarie di notevoli dimensioni, separando culture e popolazioni civili, per nascondesi dietro ad una barriera tutto ciò che di incomprensibile e di pericoloso si trova all’esterno, diventando esso stesso causa di terrore e freddezza. Non è più possibile considerare  il muro soltanto come elemento fisico di separazione o aggregazione (a seconda, appunto dei casi), ma anche come comportamento teso al conformismo. Nel linguaggio comune si utilizza la formula giornalistica di “muro di indifferenza” per delineare lo stato e la sensibilità della popolazione riguardo ad un dato problema. Il muro, non potendo possedere un’anima in quanto creazione fisica dell’uomo, non può che essere una scatola di contenuti colorati dal pensiero della civiltà che lo erige. Ad esempio un muro di un castello medioevale assumeva una contestualizzazione difensiva, un mosaico romano una funzione decorativa e così via. Per questo si può parlare di “schema mentale”. Metaforicamente parlando il muro altro non è che un comportamento teso alla freddezza (un muro non può ridere o piangere) o alla conformazione generale alla massa (i mattoni che costituiscono un muro non sono forse tutti uguali? non seguono forse lo schema del muratore?). Questa epoca e questa società è, purtroppo, un proliferare di muri, fisici e mentali. Per quanti muri se ne abbattano altrettanti ne nascono. L’abbattimento della cortina di Berlino, esattamente 20 anni fa, ha portato un evoluzione passeggera che però è rimasta fine a sé stessa poiché altri ne sono stati eretti. Peggiore è la situazione “mentale”, che ci si allinei ad un ideale politico o ad una marca di vestiti la differenza rimane puramente esteriore e a livello ornamentale, la stessa differenza tra un muro incolore e uno dipinto. A dimostrazione di questa tesi, la vera preoccupazione, è che mentre il numero di muri si è elevato quello dei muratori si è nettamente diminuito. I capi cantieri sono rimasti sempre meno e sempre più potenti e a noi, piccoli mattoncini, sono rimaste poche possibilità di riscatto. La debolezza di tutti questi però è che sono estremamente precari e, anche la più piccola scalfitura può mettere a dura prova tutta la struttura portante. Questo è, ad esempio, il caso della cultura. In ogni epoca, presente e passata, i capi cantiere hanno sempre temuto la mano del muratore che con un semplice scalpello avrebbe potuto far crollare il disegno che si erano prefissati, e questo scalpello è lo strumento dell’insanabile voglia di libertà, di partecipazione e di amore latente nell’uomo. Che si è forse un po’ sopito per l’intelligenza degli astuti capi cantiere ma che sicuramente non potrà mai essere eliminato, neppure con le minacce del salario o dei tagli di bilancio.


             

 

 
27 Novembre 2009

Delusione.

Delusione è un'idea sbagliata, un sogno tradito, una conversazione allo specchio guardando qualcosa che non si vorrebbe vedere, è una cicatrice più o meno visibile. Delusi siamo quando una cosa non va nel modo sperato, quando l'immagine che ci eravamo preconfigurati di una persona in realtà si traduce in un disegno diverso ma anche, più semplicemente, se un film, uno spettacolo o un semplice pasto, metaforicamente parlando, non ci "sazia". Delusione è quindi la risposta negativa, ma perchè no anche positiva, ad un'immagine, ad un'idea creata da noi stessi. Si potrebbe parlare di delusione come l'attimo massimo in cui ciò che prima soltanto ci eravamo immaginati diventa realtà, creando quindi un immagine certo dolorosa, negativa e, spesso, di blocco ma non solo, anche una possibilità di tradurre in vero ciò che si è solo pensato. Lo pongo in maniera positiva partendo da due presupposti base: 1)la differenza con soddisfazione e 2) la spinta che può significare delusione.

1)La differenza che esiste tra soddisfazione e delusione è ovviamente sotto gli occhi di tutti. Una soddisfazione ti rende orgoglioso, ti fa assaggiare l'ebrezza di aver raggiunto una meta, ti rende realizzato. Per esempio, studiare a memoria ed ottenere un buon voto ti rende cosciente di aver fatto un buon lavoro, ma effettivamente, cosa succede dopo?
La delusione opponendosi alla soddisfazione invece ci rende tristi, depressi, svogliati e sicuramente pessimisti. Questo ad esempio ci capita quando delusi da una scelta, un'atteggiamento nel campo politico di chi abbiamo scelto di seguire ci porta lentamente ed inesorabilmente ad allontanarci dalla vita attiva del paese, per dedicarci alla nostra semplice vita individuale, non trasformandosi dunque in nient'altro.
Detto questo si potrebbe dire che, effettivamente, negli effetti che essi causano e in cui si manifestano, Soddisfazione = Delusione, perchè entrambi portano soltanto un cambio interiore passeggero e che comunque non modifica la nostra vita pratica ed è destinato a rimanere un semplice episodio impresso nella memoria (Ci ricorderemo dunque del "ho fatto bene", "ho fatto male"). Ponendo i presupposti che è più importante la corsa dell'arrivo, e che ciò non vuol dire che ogni cosa che cerchiamo di realizzare indipendentemente da come si risolverà ci lascerà insoddisfatti si crea di conseguenza un'importante (la più imponente) differenza tra Soddisfazione e Delusione

2) Abbiamo già parlato di come la soddisfazione si dispone all'interno dell'uomo (senso, soddisfazione) e lo stesso per la delusione. All'interno della delusione però si configura uno spirito diverso, innescato da ciò che sbagliando si indica con orgoglio (ma che io preferirei indicare con semplice e pura volontà), che ci porta a dover superare questo stato di dolore/delusione per poter ricominciare a respirare nella camera a gas della solitudine e , spesso, della vergogna. Da qui si riparte per iniziare a camminare a testa alta, a cercare di nuovo a mettersi in gioco. Si superano le tristi delusioni politiche per iniziare una nuova stagione di freschezza insieme, per far nascere qualcosa di nuovo, per rimettersi a studiare nonostante un brutto voto.
Potrò dire di essere vissuto da uomo soltanto quando riuscirò a passeggiare a testa alta senza paura di inciampare, nonostante sarò già ammaccato e zoppicante: ma il solo provare a camminare a testa alta di nuovo, nonostante tutto, mi renderà coscente della mia condizione di uomo.

Sarà che la delusione è una ferita, una bruciatura che si porta dentro e che soltanto quando si potrà mostrare senza vergogna si potrà ammettere di avere superato. Ma tutto questo ci rende sicuramente più forti, più umani di chi sbagliare non sembra farlo mai e che forse ha preso proprio nel modo sbagliato la cosa più importante in cui noi sbagliamo, la vita stessa. Non abbandonate voi stessi al mare della delusione negativa, sia esso uno sprono, una pista di lancio verso forse nuove e mirabolanti scoperte.

 
20 Novembre 2009

La rivoluzione alle porte

Forse è tempo di gioire, forse proprio no. Sembra che le condizioni per una rivolta popolare, un cambiamento di rotta si stiano finalmente delineando. Le precarie condizioni sociali, la disoccupazione, la crisi economica, la privatizzazione delle materie prime, il potere nelle mani di una combriccola di amici che hanno l'hobby di governare su un paese, i tagli ad ogni aspetto della cultura sembrano proprio le basi da cui partire per far innescare finalmente la fiamma del cambiamento, della differenza. Invece no, vi sbagliate. La rabbia e il disgusto che spesso hanno alimentato il movimento di piazza e la nascita di qualcosa di nuovo non partiranno da questi punti. La rivolta se ci sarà, anche se dubito che oggigiorno qualcuno riesca a tenere in mente la stessa idea per più di un'ora prima che sia inquinata da quella di qualcun altro, sarà scatenata dallo scempio più grave, a quanto pare, della nostra epoca e della nostra democrazia: La digitalizzazione della televisione. Eh sì, questa scelta di passare al digitale ha sicuramente infervorato gli animi anche di coloro che nessuno mai, nemmeno per sbaglio, avremmo potuto delineare come ribelli. Pensionati, studenti, lavoratori di ogni colore e, quasi, estrazione sociale a più o meno riprese hanno condannato questa scelta. Dopotutto non sapete che shock per certe persone alzarsi la mattina, schiacciare un tasto sul telecomando e vedere soltanto delle immagini distorte, dei suoni rauchi e una noiosa frammentazione dello schermo. Non è proprio concepibile, non in un paese civile. Dopotutto la massima romana "panem et cirsenses" è sempre più valida. Ironia a parte non è un caso che ci siano state più proteste, per lo meno in televisione, per un semplice passaggio di formato, la pigrizia dell'italiano medio è tale da non poter sopportare di uscire, andare ad un centro commerciale e comprarsi questo dannatissimo decoder. Se volessimo fare i pignoli, i pessimisti potremmo considerare che anche soltanto il semplice schermo televisivo consente a chi lo utilizza abitualmente di personificare una base di tranquillità e di appoggio, anche se si tratta di uno schermo di vetro, pieno di stupidaggini e falsità.

Per questo un cambio repentino di abitudine non può che causare un malcontento fra la popolazione. Così sono partite tutte le rivoluzioni delle epoche passate non è vero? Certo un tempo le rivoluzioni le si facevano per lottare contro la guerra in Vietnam, per far cadere i dittatori, o anche solo per mantenere e chiedere un posto di lavoro, una cultura, una democrazia. Ora per una televisione che non si vede. Se ciò accadesse davvero, in un futuro non molto lontano, dovremo chinarci a riflettere un pò sulla questione delle possibilità e della comunità come elemento unito base della società. E' storia vera quando si parla di rivoluzioni dal basso per migliorare le condizioni (che poi si risolvano come si sono risolte nel nulla è sicuramente un dato di fatto) di vita dello stato e della popolazione. Altresì se ci si rivolta per una questione puramente materialista legata ad una scatola che tende ad escluderci piuttosto che a includerci.

Mentre risuonano le tristi note di uno scadente quiz per allocchi..

La vita potrebbe essere divisa in tre fasi: Rivoluzione, Riflessione e Televisione. Si comincia con il voler cambiare il mondo e si finisce col cambiare i canali. (Luciano De Crescenzo)

             

 

 
17 Novembre 2009

Nella mia ora di libertà

Liberi di seguire le mode. Liberi di essere qualcun altro. Liberi di non scegliere. Liberi di conformarci al conformismo e all’anti-conformismo. Possediamo tutto quello che un nostro coetaneo del sud del mondo non può che sognare, eppure non riusciamo a sentirci Liberi. Libertà? C’è chi l’ha associata alla partecipazione politica, chi alla possibilità di realizzare ciò che si è. Qualcuno la trova nello sballo o nei sabati sera in discoteca.

Fortunato chi conosce il significato di questo incredibile agglomerato di esperienza e vita, perché potrà sentirsi Libero ogni volta che vorrà. Io, sarò sincero, non ne conosco il significato. Mi è capitato qualche volta di sentirmi felice, amato, triste ma mai completamente Libero. Ho sempre vissuto la Libertà insieme alle sue sfaccettature, (felicità,amore, tristezza), ma mai ne ho potuto, credo, assaporare il significato più profondo. So, bene però, ciò che Libertà non può essere, nonostante la mia giovane età. Libertà non è certamente imbottirsi di farmaci per sentirsi più felici, diventando schiavi di qualcun altro. Di Libertà non si può parlare per alcune epoche totalitarie, più o meno recenti e colorate con qualsiasi tonalità, che tendevano all’eliminazione dei diritti, della personalità e delle sfumature in ogni persona. Libertà non possono essere le soppressioni in Iran, le guerre dimenticate sparse per il mondo, l’ammutolire la stampa e vivere in povertà tutta una vita. L’uomo non può che nascere Libero ed essere costretto da qualcun altro a rimanere in catene. Possiamo dunque dire che l’attimo apice della Libertà l’uomo lo raggiunga alla nascita? Che una volta nati non saremo più liberi come nel momento di ingresso nel mondo? Libertà è dunque purezza?

 

Potremmo stare anni a parlare di cosa sia Libertà, senza mai conoscerne il significato se non perdendola, sprecando il tempo a cercarne l’anima piuttosto che a viverla. Perché credo che, in definitiva, sia impossibile, per fortuna, legare il concetto dell’essere Libero con una corrente politica, con una definizione univoca relegandola ad un presupposto per schierarsi da questa o da quella parte, di viverla in questo o in quel modo. Probabilmente se le grandi menti delle nostre epoche fossero riusciti ad inquadrarla, a dare di Libertà un significato universale, essa stessa morirebbe poiché non sarebbe più Libera di essere ciò che vuole, di ciò che vogliamo che sia. Un grande poeta disse in una sua ballata che “Libertà l'ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato”, un grande camminatore disse che sta nella natura incondizionata, un filosofo pensò che esistesse nel solo pensare.

Libertà è sicuramente ciò per cui siamo e per cui viviamo. Ma se un giorno ci accorgessimo che ciò per cui abbiamo vissuto fosse soltanto una mera illusione di Libertà? Si griderebbe al colpo di stato, alla dittatura, alla rivoluzione. E sarebbe perciò perduta.  Se l’uomo nasce Libero, come già detto, e che difficilmente riesce a trovare Libertà pura nell’essenza, perché io chiedo, cerchi continuamente, dalla nascita del mondo, nuovi modi per distruggere questa preziosa base di vita. Abbiamo creato forme di governo che mirano all’odio, armi che mirano alla distruzione della nostra stessa razza, modalità di sofferenza e tortura alla portata di tutti, abbiamo creato una scatola di immagini che ci costringe a stare seduti a fissarla per ore dimenticandosi di quanto bello c’è fuori. Ora dunque chiedo a voi, Libertà è anche Libertà di fare male ed essere immorali? Su una cosa sono più che sicuro, l’uomo ha ancora paura della propria Libertà, e questo non è un male, ma una spinta a vivere, conoscere e immaginarsi nuovi. Per questo non mi avventuro alla ricerca di una definizione, di uno studio approfondito che mi dica cosa significhi:sono soltanto alla costante ricerca della mia personale Libertà.

Dubito per questo di poterla conoscere. E’ troppo mutevole per essere afferrata, e lei stessa non vuole, per lasciarci ancora, in questa società, un gusto non ancora sintetizzato in laboratorio e venduto in qualche capsula al bancone dei farmaci. Libertà però non può sussistere soltanto da sé, necessita anche lei di un po’ di benzina ogni tanto. Per questo motivo ogni giorno sentiamo parlare di “attacco alla Libertà” o di “Libertà a rischio” perché ha un bisogno estremo anche lei di venire rinnovata, che come tutte le cose, se lasciate al buio per troppo tempo scompare ed è destinata a morire. Noi, in questo momento, siamo in una fase di risacca delle onde di chi Libertà ce l’ha consegnata in eredità. Parlo di quei ragazzi di strada che con i loro canti, le loro risa e la loro voglia di vivere l’hanno alimentata e rivitalizzata quando noi neppure eravamo nati. Noi cosa abbiamo da offrire alla causa della Libertà? Videogames, televisioni e corruzione? Siamo sicuri che sia questa la Libertà che vogliamo vivere e lasciare in eredità?

 

 
02 Novembre 2009

Elogio della pasta aglio e olio. Bicchiere di vino e Bob Marley.

Prendete un lunedì mattina, questo lunedì mattina ad esempio. E' ora di pranzo, siete da soli. La pigrizia vi porterebbe a scegliere un comodo e scarso panino, una pizza precotta, qualche avanzo. Oggi però volete cucinare, per quanto le vostre possibilità vi permettono. Mettete l'acqua sul fuoco, iniziate a spezzettare dell'aglio, aprite la bottiglia dell'olio, una padella. Aspettate pazientemente che l'acqua inizi a bollire, aspettando vi muovete di qua e di là, date un'occhiata che nessuno vi abbia contattato durante lla vostra assenza. Vi ricordate del sale, gli spaghetti. Buttate tutto nella pentola che non ha aspettato la vostra assenza e un pò d'acqua se n'è già andata, poco male, ne avevate messa troppa. Apparecchiate, la tovaglia, un piatto, una forchetta, un bicchiere (siete da soli dopotutto), parmigiano e grattugia e essenziale il vino, preferibilmente rosso e fermo, che vi lasci quel retrogusto forte che vi svegli un pò. Scolate la pasta, ora la mettete nella padella, lasciate soffriggere un pò, che fiamma! Un pò vi sale l'adrenalina perchè vi sentite quegli chef che si adoperano nei film. E' pronto, sentite già quel tocco di piccante che vi solletica il palato. Ora siete seduti, che pregustate questa semplice ma fantastica pietanza. Sotto la colonna sonora che avete scelto e che avete accennato a cantare durante i vostri preparativi. Gustate, guardate fuori dalla finestra, siete realizzati. Dopotutto la fatica è stata poca e di sicuro pienamente ricompensata dalla bontà e dalla realizzazione. Non scambiereste questo momento con nessun piatto già pronto. Dopotutto siete voi.
Ora, sostituite queste figure con le vostre vite, la pigrizia di tutti i giorni avversa alla voglia di fare qualcosa di più. L'essenza di una vita condita di umiltà (aglio) e nobiltà (olio), con un tocco di amaro e che lascia il segno (vino), con gli amici e gli strumenti necessari (forchetta e coltello) e qualche agio che vi permettete (Grattugia e Parmigiano). Ora, preferirete ancora la sedentaria vita di un Toast? E lungi dall'accontentarsi all'aglio e all'olio..

 
08 Ottobre 2009

Tracce di democrazia

Ottimo, possiamo esultare a quanto pare. Scusatemi se non mi unisco ai festeggiamenti, non ne ricordavo così tanti dalla vittoria della coppa del mondo. Chissà se qualcun'altro si tatuerà questa data sul braccio, dopotutto è davvero un evento che Mr B non sia riuscito a far passare l'ennesima legge ad-personam. E ciò mi spaventa parecchio. Non prendetemi per lo snobbbucolo di turno, non mi importa fare il decadentista, sono piuttosto serio in realtà. Mi spaventa parecchio tutta questa emozione, questo gran chiasso che si sta facendo se la democrazia ha trionfato. Questo perchè, almeno fino a prova contraria, in democrazia ci siamo sempre stati, non dovrebbero essere cose fuori dal normale queste! Non dovremmo eccitarci così tanto. Se però la condizione è davvero questa, se l'ultima notizia è davvero una novità la domanda mi sorge spontanea quindi: "Eravamo in democrazia?"

 
28 Settembre 2009

Il dovere di informare.

Esiste un sottile rapporto tra chi governa e chi informa. Spesso i due ruoli, incomprensibilmente, arrivano a scambiarsi. Non è, ormai, strano sentire politici affermare che la notizia sul loro conto era falsa, che sono stati fraintesi e che la verità è soltanto la loro. Altrettanto spesso accade che giornali creino processi politici o addirittura tribunali ecclesiastici contro persone dell'altra parte, che magari hanno l'unica colpa di aver affermato qualcosa che ha fatto storcere il naso a qualcuno. Troppo spesso si vede il ruolo del giornalista abbassarsi le braghe nei confronti di un "potente". è accaduto Certo, che gli organi di informazione  producano notizie "comode" al momento o al partito di turno, ma mai nella storia contemporanea ho visto un giornalista, o che si ritiene tale, chiedere di smettere di guardare e boicottare una tv di stato perchè troppo schierata contro al governo. Benjamin Franklin diceva che il giornalismo è "il cane da guardia della democrazia". Traete un pò voi le conclusioni. La stessa tv di stato che qualche peccato ce l'ha. Programmi non pubblicizzati, sospesi o denunciati.
Giornali spacciati per comunisti, rivoluzionari e contro il governo. E chi ci va di mezzo, purtroppo, è soltanto la verità. Colpa del cinismo galoppante che frusta con i suoi colpi di coda uno dei principi fondamentali della sopravvivenza di qualsiasi comunità civile. Un paese senza verità è un paese che rinnega la propria storia, la propria giustizia, La democrazia stessa. Non mi interessano ormai più le beghe dei partiti pronti a sostituire con la faccina più bella il ruolo vacante oppure a ostacolare qualsiasi collaborazione per un risentimento interno. Storia vecchia. Non mi scalfiscono nemmeno le tirate da un giornale all'altro.
Mi è sempre stato insegnata l'importanza di ascoltare più fonti (le famose due campane) ma ora è davvero difficile. Parlano davvero di due paesi completamente differenti, ho paura di non poter trovare la verità nemmeno a a metà strada tra  i due. Impossibile che vada tutto così bene. Impossibile, ma meno incredibile, che vada tutto così male. E non mi resta che guardare ciò che accade al mio paese senza sapere perchè, senza sapere se ciò è vero o una montatura dei giornali o del governo. Accadeva lo stesso in Orwell, ricordate i ministeri dell'igiene? Dell'amore? Beh, giostravano le notizie a loro piacimento e nessuno si poteva accorgere di ciò. Oggi accade lo stesso. I giornalisti veri sono sempre meno, quelli che hanno ancora l'amore per la libertà sono cacciati come comunisti (anche se non lo sono, e non parlo soltanto di Travaglio) il cui significato ha inspiegabilmente assunto una connotazione negativa e di spregio. I giornalisti in erba, quelli giovani, che possono ancora avere la speranza nel cambiamento non vengono nemmeno considerati (avete idea di quanti articoli ho mandato senza nemmeno ricevere una risposta? Nemmeno dai cosìddetti giornali di sinistra, una pubblicazione non è nemmeno da sperarla). Ma non son qui per fare la vittima del sistema, mi accade già troppo spesso. Quello su cui vi volevo ammonire è di ciò che, ancora una volta, andiamo perdendo.

"Non l'amore, non i soldi, non la fede, non la fama, non la giustizia, datemi la verità!" Gridava Thoreau più di un secolo e mezzo fa nell'America che ancora lottava per i diritti degli schiavi. Sempre per citarlo, non siamo noi i veri schiavi? Temiamo così tanto la verità che ci nascondiamo dietro maschere, dietro dittature. Siamo contenti che ci chiudano le testate giornalistiche. Non ne sentiremo più parlare dopo poco tempo.

SE è vero che l'uomo nasce libero, dev'essere pur vero che nasce alla ricerca della verità. Libertà=verità. Sillogismo abbreviato che sia, Datemi la mia verità.

 
02 Luglio 2009

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è incredibile quanto l'uomo goda nel vedere un suo simile umiliato, ucciso e senza difese. Forse siamo in pochi a rimanere sconvolti ancora oggi.

 
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