11 Marzo 2010

Se una notte di primavera un viaggiatore.

Come un branco di lupi affamati, stanchi e senza Dio, si aggiravano senza meta quattro bandiere rosse scolorate. Il sole risplendeva lassù in altro e, impietoso, faceva sudare le fronti già madide di pensieri. Ognuno di loro teneva sotto braccio un giornale sgualcito, qualcuno nello zaino le pagine di un libro, con l’orecchia nell’angolo e qualche sottolineatura per ricordarsi di alcune parole quando quel libro si sarebbe trasformato in un semplice mobilio da biblioteca. Non c’era spazio per l’amarezza o per la delusione sui loro volti, soltanto un affiorante vuoto che non riuscivano a mascherare. Erano i primi giorni di primavera, non c’erano soli migliori per difendere lo stato. Non avevano nulla in comune, non l’estrazione sociale, non il carattere, non l’aspetto, non i sogni. Solo quella giovinezza negli occhi li accomunava, quello sguardo ardito e battagliero che avrebbe cambiato il mondo. Non quel giorno però. I giornali che stringevano al petto perdevano le parole, erano come ciechi silenziosi. Nei libri che avevano letto trovavano soltanto cibo per la polvere. A nulla era servito il loro furore, il silenzio e gli usci chiusi non lasciavano spazio a grandi interpretazioni. Che fossero lor soltanto i baluardi della Democrazia? Che fossero gli ultimi ascoltatori della Cultura? Il silenzio attorno a loro era così glaciale che condensava i pensieri ma talmente assordante da costringerli a tapparsi l orecchie. Sentivano le urla di dolore, le lacrime amare di tutto quello in cui credevano. Vedevano i capelli strappati di ciò che un tempo chiamavano Nazione, e nessuno a raccoglierli. Vedevano il sangue che macchiava i gradini di una bella ed inafferrabile signora che chiamavano Libertà, e nessuno ad asciugarlo. Vedevano la compagna Cultura straziata ed ammutolita, e nessuno a consolarla. Non un poeta, non un filosofo, non un amante avrebbero potuto sanare l’omicidio appena compiuto. Le statue nel loro freddo marmo senza sentimento, nel loro sguardo inanimato parevano giudici. Come tribuni ad un processo chiedevano dalla loro roccia la Giustizia rimasta assopita da secoli. Gli alberi, con i loro sguardi indagatori, si erigevano fino al cielo a cui avevano smesso da tempo di aspirare le loro certezze. Nemmeno i sogni toccavano più le nuvole. Che fosse stato quel giorno a renderli adulti non sapevano. Certo era che quell’odore di Morte li raccoglieva intorno a loro. Non di putrefazione, ma di pagine bianche, di candele stoppose e di sogni incrinati sapeva l’aria. La loro fiamma di Prometei si affievoliva nella desolazione. Sentivano però, seppur da un lumicino, quelle urla, quel richiamo assolato gridare: “Rivoluzione!”. Ma le orecchie erano stanche e pure quel richiamavo appariva troppo lontano.

Che fossero amanti storditi da una visione distorta non ci è dato saperlo. Quattro menti come fossero una soltanto, il vuoto di una piazza che implode nel silenzio. Non se n’erano ancora andati, nonostante le lacrime. E gli usci degli ignavi traditori, chiusi dalla paura o forse dall’ignoranza, non sapevano ancora lo spettacolo che si erano persi. Quattro bandiere rosse scolorate si aggiravano ancora nel deserto dello Stato, non cercavano ristoro, cercavano soltanto orecchie e mani. Nasi sensibili all’odore, occhi che guardassero in alto. Lassù dove qualche rondine volava già, ma dove non si guarda più se non per chiedere favori per una vita spesa a sé stessi.

Non erano devoti all’Amore, il loro unico richiamo era quello dell’Umanità. Che fossero spacciati per bestemmiatori del comun linguaggio e destinati a dannazione eterna lo sospettavano, ma l’allenamento degli occhi vivi li rendeva pronti a qualsiasi pena.

 

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